IL RACCOLTO

Pezzo di quotidianità

(Giornata dell’incondizionatezza)

Riuscirei a percepire fin nelle ossa
Ogni tua giornata storta,
Ogni scossa che circola nel
Sistema nervoso tuo elettrico,
Qualsiasi nota di turbamento
Nella melodia della tua voce,
Quel tuo fare beffardo quando
Interpola abilmente le rughe
Previste tra le ombre del tuo viso.
Riuscirei a sentire tramite il cuore
Le stonature della tua coerenza,
Del tuo fare, e pensare, così logico,
Quando con poco tatto scansi
Ciò che per personale compassione
Non può rientrare nel recinto
Di quella razionalità egoica
Che così tanto t’appartiene,
E che così tanto ti tieni stretta
Come fosse un fucile.
Riuscirei ad avvertirlo nell’aria
Il tuo fare disonesto,
Quando senza alcuna empatia
Non vuoi leggere ciò che si legge,
O quando con scatto funesto
Aggredisci ciò che al tuo cuore
Può apparire molesto.
Riuscirei, e diversamente non farei,
A leggerti dentro ogni dolore,
se solo fossi disposto a far crollare
I muri in cui ogni giorno ti cimenti
Perché da solo forse è meglio.
Ma ti guardo e mi stupisco
di quanto a non capirti
non riuscirei affatto. 

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LUCE DI SETTEMBRE

Sonetteggiando

(Sonetto 5)

Triste come questo lunedì dell’anno,
Questo settembre ingiallito e ventoso,
Che giunge imponente ma silenzioso,
E appare in te come fosse affanno.

Triste come questa luce un po’ piu fioca,
Questo sole antico che sa di tradizione,
Che aleggia con malinconica affettazione,
E si avvicina come flusso d’aria roca.

Triste è il venire di questa profondità
Che porta in grembo con sé il seme
Di una già da sempre presente verità.

Triste è l’apparire del corretto tassello,
Quando, agganciato ai fili della necessità,
Diviene di una nuova porta il pomello.

Spasmo di vita

Pezzo di quotidianità

(Giornata dell’ansia)

È uno spasmo quest’ansia
Di vita e di mondo.
Le corde del bisogno vibrano
Tra il cuore e lo stomaco
Che si sigilla e si contorce.
Avverto, tra la coltre nebbiosa
Dello sconforto, il suono
Delle campane in festa.
Per cosa? Nulla è cambiato.
Non è neanche domenica.
Sarà per questo agosto
Giunto già al suo epilogo.
Sarà per le ombre della sera
Che sotto la luna anticipano
Tacitamente il loro venire.
E l’ansia mi assale, e sale
Su su su…ora è nel petto.
E batte, rimbomba, s’intomba.
L’allegria, al di fuori di me.
Il rumore emesso dal silenzio
Di chi non dice niente,
Di chi non muove un dito.
Il magone mi inghiotte
E non so dove andare.
Le maschere con il sorriso
Stampato a catena
Si travestono di inquietudine.
E la mia vita mi sembra
Distaccata da questo finto
Vivere che mi circonda,
Da questo falso amore
Che mi si fischietta,
Da questo rancido sapore
Di attesa e speranza
Che qualcosa arrivi
– Da dove? – mentre la gente
Sprofonda tra i cuscini
Di quell’agio mai assaporato.

XII AGOSTO

​Sonetteggiando

(Sonetto 4)

Con gli occhi stanchi di seguitare
Il disegno della parabola scintillante
Del prossimo astro nel ciel danzante
Che in un’altra vita va a precipitare.

Con il petto pronto ad ammortizzare
Il peso schiacciante di quel riflesso
Che il mare increspato si porta appresso
Come fosse un manto da indossare.

Davanti la baietta buia e silenziosa,
Quasi ignara d’essere preziosa,
Guarda alla luna con aria invidiosa.

La ghiaia ricettacolo dei lenti tocchi
Delle onde che si gettano sotto gli occhi
Di questa notte priva di rintocchi.

RITUALE DELLA NOTTE

Sonetteggiando

(Sonetto 3)

Tra le pieghe raggrinzite del lenzuolo
Che copre l’incastro delle gambe piegate
Per mantenere l’incontro come in volo,
Scovo nel covo segreto dita già esplorate.

Tra le ombre più invisibili della stanza
Che cela il fiato dalle bocche liberato
Per custodirne l’eco nella mancanza,
Scopro nel buio un profilo già contemplato.

Tra le pieghe raggrinzite, il mio dito
Sul tuo palmo. Ricalco le strade che
Come abito danno al tuo corpo adito.

Tra le ombre più invisibili, il mio sguardo
Sul tuo zigomo. Inseguo le linee che
Con riguardo rendono il viso mai bugiardo. 

PARTICELLE

Pezzo di quotidianità

(Giornata della rabbia e dell’amore)

Quando il mondo in un istante sulle spalle;
Quando scivolo di nuovo giù fino a valle;
Quando brucia leggermente sulla pelle,
Perché da dentro covo furibonde favelle;
Quando nella visione appaion le bolle,
Del veleno celato nelle intime ampolle;
Come quando il tappeto pieno di foglie,
Quando in autunno la nebbia sul colle;
Quando i lunedì non son giornate belle;
Quando lo scorrimento è senza novelle;
Quando gli occhi non colgono stelle;

Che ti amo lo respiri: in formato particelle. 

IL SIGNOR C.

Racconti e raccontini

(Raccontino 1)

Mi immagino il Signor C. lì, con un pancione penzolante, con gli occhi grandi, profondissimi, e un’aria strana, da chi non ne vuole sapere più. Ti guarda dall’alto, pensando a come farti saltare i piani, a come…trasformare. Sì, me lo immagino questo omone che prende i sentierini accoglienti sui quali ci siamo teneramente appoggiati e comincia a scuoterli, spostarli, mescolarli…e ci troviamo all’interno di una tempesta. Il Signorotto è lì, che trasforma ciò che già da sempre è sulla via, ed è grazie alla tempesta del Signor C. che su questa via camminiamo su determinati sentieri, segnati dalle orme delle nostre personali coscienze. Spesso il Signor C. -ha questa mania un po’ svizzera- arriva proprio al momento giusto. È puntuale, non manca mai un appuntamento. Quando meno te lo aspetti: tatatataaa! Tempesta! Ma scavando meglio tra i meandri di quelli che non possono di certo definirsi teneri lineamenti del suo volto, mi accorgo di quanto infondo lui nutra una strana atmosfera di complicità, come una nuvola che a lungo andare avvolge tutto. Alla fine, c’ho pensato: se tutta questa storia del signorotto sta solo nel disordinare la vita, perché non cercare di trovare il dis-ordine migliore possibile? È come ritrovarsi dinanzi ad un puzzle, ogni volta. Penso che sia proprio il puzzle ciò che ognuno di noi raccoglie ogni qualvolta varchi la soglia del celeberrimo Portone Che Si Apre. Da quando ho iniziato a farlo, io e il Signor C. siamo diventati più intimi. Anzi, capisco solo ora quanto in realtà il signor Scombinatutto sia molto più intimo di quanto si possa pensare con ognuno di noi. È come se perseguisse un valore comune. Un qualcosa di collettivo… Il Signor C arriva quando giunge il tempo di voler bene. Dona ad ognuno l’occasione per andare avanti, per maturare, per proseguire lungo il sentiero, per innalzarsi…sta ad ognuno di noi riuscire a cogliere la modalità più adatta.

Ma tanto ogni Cambiamento trova sempre il modo di farci capire dove dobbiamo arrivare. Basta terminare di costruire il puzzle che, in un maniera o nell’altra, lui ci fa trovare. 

SOLA ET PENSOSA

Pezzo di quotidianità 

(Giornata della solitudine)

Il senso di solitudine mi attanaglia
In questo mare sconfinato
Che riesce a stare nei margini
Di un recinto precostituito.
I desideri falsi della gente;
Le maschere poste sulle facce
Degli intoppi lungo il percorso;
Gli altari comprati in sconto
Come ricettacolo senza fondo
Di un sudore sacrificale.

La solitudine la porto nel cuore
Quando chi doveva porre passi
Su una strada parallela alla mia
Decide che la strada è una sola.
Ed è quella che prosegue
Lungo il sentiero di qualcuno
Che di passeggiare non ha
Nessuna intenzione:
Tacitamente guardo, la forza manca
Di storcere un passo.

Pulsa nelle tempie e nelle vene
La mia solitudine.
Porto nella scure armi preziose:
Un’ascia potente che mi impone
di reagire, e di decidere;
Una spada lucente che riflette,
E flette, ciò che è contraffatto.
Uno scudo di legno che accoglie
I colori di quei sogni
Che nessuno si sente di cogliere.

È quasi cosa buona la mia solitudine.

ACCORDARE

Sonetteggiando

(Sonetto 2)

Nella coltre umida di questa folle pianura,
Seduta senza premura sul marmo del giardino,
Agli alberi oscillanti scagliò una strana fattura
Il mago incompreso in cui scorgo il Destino.

Al mio pensiero conveniva una brezza,
Docile interlocutrice dei flussi della ragione.
S’ergeva poi in un fragore; una carezza
Inchinava gli alberi: piegati in adorazione.

Un alito solido, come una mano di passione,
Il mio riscontro orchestrava come una canzone:
Solo nel cuore non sopravvive alcuna finzione.

Le intermittenze s’accordarono dal petto
Ai sentieri interrotti della mente senza rispetto.
Poi silenzio. E nulla più mi apparì sospetto.

SUL GRADINO

Sonetteggiando 

(Sonetto 1)

Il sempreverde sotto la cui ombra
Rubavo alla terra, streghetta e felice,
Foglie in miniatura e sassi d’ambra,
Pozioni intrise di infanzia e di myricae.

In prua al sottoportico, i gradini fedeli
Distillando lacrime o amore sognando
Sedevo. Un soffio di nuvole come veli:
Cercavo tra i raggi di luce un rimando.

L’albero crebbe, come tutti, pure lui.

Oltre i campi, sull’orizzonte aranciato
Non appare più. Ammiro riflessi bui.

La bimba crebbe, da lontano, anche lei.

Il vento tra i pensieri, una lettera scarlatta.
Appare solo ora. Ciò che dice chi sei.