RITUALE DELLA NOTTE

Sonetteggiando

(Sonetto 3)

Tra le pieghe raggrinzite del lenzuolo
Che copre l’incastro delle gambe piegate
Per mantenere l’incontro come in volo,
Scovo nel covo segreto dita già esplorate.

Tra le ombre più invisibili della stanza
Che cela il fiato dalle bocche liberato
Per custodirne l’eco nella mancanza,
Scopro nel buio un profilo già contemplato.

Tra le pieghe raggrinzite, il mio dito
Sul tuo palmo. Ricalco le strade che
Come abito danno al tuo corpo adito.

Tra le ombre più invisibili, il mio sguardo
Sul tuo zigomo. Inseguo le linee che
Con riguardo rendono il viso mai bugiardo. 

PARTICELLE

Pezzo di quotidianità

(Giornata della rabbia e dell’amore)

Quando il mondo in un istante sulle spalle;
Quando scivolo di nuovo giù fino a valle;
Quando brucia leggermente sulla pelle,
Perché da dentro covo furibonde favelle;
Quando nella visione appaion le bolle,
Del veleno celato nelle intime ampolle;
Come quando il tappeto pieno di foglie,
Quando in autunno la nebbia sul colle;
Quando i lunedì non son giornate belle;
Quando lo scorrimento è senza novelle;
Quando gli occhi non colgono stelle;

Che ti amo lo respiri: in formato particelle. 

IL SIGNOR C.

Racconti e raccontini

(Raccontino 1)

Mi immagino il Signor C. lì, con un pancione penzolante, con gli occhi grandi, profondissimi, e un’aria strana, da chi non ne vuole sapere più. Ti guarda dall’alto, pensando a come farti saltare i piani, a come…trasformare. Sì, me lo immagino questo omone che prende i sentierini accoglienti sui quali ci siamo teneramente appoggiati e comincia a scuoterli, spostarli, mescolarli…e ci troviamo all’interno di una tempesta. Il Signorotto è lì, che trasforma ciò che già da sempre è sulla via, ed è grazie alla tempesta del Signor C. che su questa via camminiamo su determinati sentieri, segnati dalle orme delle nostre personali coscienze. Spesso il Signor C. -ha questa mania un po’ svizzera- arriva proprio al momento giusto. È puntuale, non manca mai un appuntamento. Quando meno te lo aspetti: tatatataaa! Tempesta! Ma scavando meglio tra i meandri di quelli che non possono di certo definirsi teneri lineamenti del suo volto, mi accorgo di quanto infondo lui nutra una strana atmosfera di complicità, come una nuvola che a lungo andare avvolge tutto. Alla fine, c’ho pensato: se tutta questa storia del signorotto sta solo nel disordinare la vita, perché non cercare di trovare il dis-ordine migliore possibile? È come ritrovarsi dinanzi ad un puzzle, ogni volta. Penso che sia proprio il puzzle ciò che ognuno di noi raccoglie ogni qualvolta varchi la soglia del celeberrimo Portone Che Si Apre. Da quando ho iniziato a farlo, io e il Signor C. siamo diventati più intimi. Anzi, capisco solo ora quanto in realtà il signor Scombinatutto sia molto più intimo di quanto si possa pensare con ognuno di noi. È come se perseguisse un valore comune. Un qualcosa di collettivo… Il Signor C arriva quando giunge il tempo di voler bene. Dona ad ognuno l’occasione per andare avanti, per maturare, per proseguire lungo il sentiero, per innalzarsi…sta ad ognuno di noi riuscire a cogliere la modalità più adatta.

Ma tanto ogni Cambiamento trova sempre il modo di farci capire dove dobbiamo arrivare. Basta terminare di costruire il puzzle che, in un maniera o nell’altra, lui ci fa trovare. 

SOLA ET PENSOSA

Pezzo di quotidianità 

(Giornata della solitudine)

Il senso di solitudine mi attanaglia
In questo mare sconfinato
Che riesce a stare nei margini
Di un recinto precostituito.
I desideri falsi della gente;
Le maschere poste sulle facce
Degli intoppi lungo il percorso;
Gli altari comprati in sconto
Come ricettacolo senza fondo
Di un sudore sacrificale.

La solitudine la porto nel cuore
Quando chi doveva porre passi
Su una strada parallela alla mia
Decide che la strada è una sola.
Ed è quella che prosegue
Lungo il sentiero di qualcuno
Che di passeggiare non ha
Nessuna intenzione:
Tacitamente guardo, la forza manca
Di storcere un passo.

Pulsa nelle tempie e nelle vene
La mia solitudine.
Porto nella scure armi preziose:
Un’ascia potente che mi impone
di reagire, e di decidere;
Una spada lucente che riflette,
E flette, ciò che è contraffatto.
Uno scudo di legno che accoglie
I colori di quei sogni
Che nessuno si sente di cogliere.

È quasi cosa buona la mia solitudine.

ACCORDARE

Sonetteggiando

(Sonetto 2)

Nella coltre umida di questa folle pianura,
Seduta senza premura sul marmo del giardino,
Agli alberi oscillanti scagliò una strana fattura
Il mago incompreso in cui scorgo il Destino.

Al mio pensiero conveniva una brezza,
Docile interlocutrice dei flussi della ragione.
S’ergeva poi in un fragore; una carezza
Inchinava gli alberi: piegati in adorazione.

Un alito solido, come una mano di passione,
Il mio riscontro orchestrava come una canzone:
Solo nel cuore non sopravvive alcuna finzione.

Le intermittenze s’accordarono dal petto
Ai sentieri interrotti della mente senza rispetto.
Poi silenzio. E nulla più mi apparì sospetto.

SUL GRADINO

Sonetteggiando 

(Sonetto 1)

Il sempreverde sotto la cui ombra
Rubavo alla terra, streghetta e felice,
Foglie in miniatura e sassi d’ambra,
Pozioni intrise di infanzia e di myricae.

In prua al sottoportico, i gradini fedeli
Distillando lacrime o amore sognando
Sedevo. Un soffio di nuvole come veli:
Cercavo tra i raggi di luce un rimando.

L’albero crebbe, come tutti, pure lui.

Oltre i campi, sull’orizzonte aranciato
Non appare più. Ammiro riflessi bui.

La bimba crebbe, da lontano, anche lei.

Il vento tra i pensieri, una lettera scarlatta.
Appare solo ora. Ciò che dice chi sei.